C'era una volta...


Occhiosolo

Viveva dunque a Salera una maga perversa e famelica detta Occhiosolo, perché aveva un sol occhio in mezzo alla fronte. Ella abitava una caverna e si nutriva di rapina. Dall'alto la megera spiava gli abitanti del villaggio e, quando erano fuori per le loro bisogne, coglieva il momento buono, scendeva nelle vicinanze dell'abitato; rubava panni tesi al sole, frutta, verdure, galline e pollastre, agnelli e capretti.
I derubati muovevano lagnanze, imprecavano: già parecchi coraggiosi erano saliti armati, nell'intento di scovarla, assalirla, legarla e buttarla giù rotoloni per l'alta rupe del monte. Ma nessuno era riuscito a rintracciarla.
Il Natale era prossimo: faceva gran freddo, nevicava. La poveretta non trovava nulla da mangiare. Spinta dalla fame, sul far della sera scese fino al villaggio: le case erano quasi tutte deserte perché gli abitanti solevano recarsi a quell'ora in chiesa per la novena del Santo Bambino. Aprì una porta: sulla tavola c'erano tante scodelle di minestra d'orzo, colme per la cena. La maga ne mangiò a sazietà: poscia entrò nella cameretta attigua: un fanciulletto dormiva nel lettino: lo prese sotto l'ascella e lo portò seco fin nella caverna, nell'intento di poi farne pasto: ma era magrolino e pensò ch'era meglio ingrassarlo un poco; quindi lo collocò in un gran cassone ove soleva deporre la frutta e le verdure.
Di quando in quando, per constatare se era cresciuto di peso, si avvicinava al gran mobile e diceva:
«Bimbo mio, caccia fuori il tuo ditino».
Quello, mostrava un picciuolo di mela, ed ella, che poco distingueva col suo occhiosolo, diceva a se stessa:
«Ci vuol pazienza; ingrasserà».
Intanto tutti gli uomini del villaggio erano fuori per dar la caccia alla strega nefasta. La sua caverna fu scoperta: c'era solo il bambino nel cassone, ma la neve recava le impronte della sua fuga. Quando vide intorno a sé una schiera di braccia alzate contro di lei, ormai vinta esclamò:
«Viva non mi prendete!»
Picchiò il testone contro una pietra con tanta forza che si spaccò il cranio e cadde esanime.
Ora non più; ma per molti anni nel villaggio, a incuter spavento ai marmocchi cocciuti e piagnucoloni, si usava la minaccia:
«Bada che chiamo la maga dall'occhio solo!».


Luigia Carloni-Groppi, in: Il Meraviglioso. Leggende, fiabe e favole ticinesi, vol.3, ed. Dadò, Locarno, 1992








L'asino della Val Sovaglia

Un boscaiolo di Rovio saliva sui monti con il suo asino. Ad un tratto la bestia si butta a terra e non vuol più rialzarsi: tira calci e si dibatte come se fosse colpita da uno strano malore. L'uomo si reca tosto dal parroco, gli narra il caso e gli chiede consigli sul da farsi. Questi gli dice:
- Va' a casa tua e accendi il forno. Ti capiterà allora fra i piedi una donna a cercarti un po' di olio. Tu mostrale le fiamme e minaccia di buttarla dentro a bruciare se non libera il tuo asino dal malanno.
Il boscaiolo segue il consiglio ed esegue per filo e per segno quanto gli ha detto il parroco. L'asino emette schiuma dalla bocca, si rialza e continua la sua fatica.

Luigia Carloni Groppi, La rivista dei fanciulli,1938.









Zarina Armari e Renato Quadroni pegasus.lit@bluewin.ch





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